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Classic Driver – La leggenda Ferrari non muore

La prestigiosa rivista internazionale parla di noi: intervista doppia a Egidio e Roberto Brandoli

Classic Driver, magazine internazionale dedicato al mondo dell’automobilismo e al suo lifestyle, dedica un reportage al nostro laboratorio di restauro.

Un giorno, qualche tempo fa, sono venuti a trovarci e hanno fatto interessanti domande a Egidio e Roberto Brandoli.

Ciò che è nato, è una intervista doppia intitolata “La leggenda Ferrari non muore – Sono resuscitate nella famosa officina Brandoli” dove parlano anche del futuro della Brandoli!

Qui puoi trovare la versione originale dell’intervista “Ferrari legends don’t die – They’re resurrected at Brandoli’s famous workshop”, pubblicata in lingua inglese con bellissime fotografie scattate da Remi Dargegen.

Continuando a leggere, invece, puoi usufruire della traduzione in lingua italiana che abbiamo realizzato per te:

Il nome Brandoli è venerato nei “circoli” Ferrari – al punto che, se il tuo Cavallino Rampante ha visto giorni migliori e ha bisogno di cure amorevoli, non esiste posto migliore che portarlo in questa officina situata a Modena. Noi l’abbiamo visitata recentemente e abbiamo catturato il duo Brandoli padre-figlio.

Quali sono le tue prime memorie legate al mondo dell’automobilismo?
Egidio: Sono nato nel 1940, a Castelnuovo Rangone, un paese che in linea d’aria si trova a 5 km da Maranello. Quando lavoravo come garzone in una carrozzeria, era il 1953 e avevo 13 anni, ogni tanto passava qualche vettura per strada. Il rombo del motore mi piaceva moltissimo. “Sono delle Ferrari”, mi dicevano. Non sapevo cosa fossero. Una di queste si fermò in carrozzeria perché aveva un problema alla marmitta.
Mi sono reso conto che era qualcosa di speciale.

Roberto: I miei primi ricordi legati alle automobili mi riportano negli anni settanta, alla Fiat 600 e alla Fiat 128 Rally di mio padre, di colore rosso. Quando eravamo a bordo gli chiedevo sempre di fare fischiare le gomme in curva: una bella musica per me!

Come è nata la possibilità di lavorare alla Scaglietti?
Egidio: Andai a casa di Sergio Scaglietti, indossavo ancora la divisa militare. Ero in licenza, mancavano 3 mesi al congedo. Gli dissi che volevo lavorare per lui. Mi squadrò da capo a piedi.
Mi rispose “quando finisci il militare, sei assunto”.
Ho iniziato a lavorare da lui a 18 anni. Ero carico come una molla.

Com’era lavorare là?
Egidio: Ne ero orgoglioso. Era una carica di adrenalina continua, sia al lavoro che dalla famiglia Scaglietti. Ancor di più perché eravamo in contatto spesso con il commendatore Enzo Ferrari che, per sua abitudine, ogni 2 o 3 sere veniva a vedere l’avanzamento dei lavori.
Ho lavorato con persone che mi hanno arricchito tantissimo, professionalmente e umanamente.

Crescendo, eri impressionato dalla professione di tuo padre, Roberto?
Roberto: Di tanto in tanto andavo con lui alla Scaglietti. Mi piaceva l’atmosfera che si respirava, il profumo del ferro, dell’alluminio e della saldatura, i rumori dell’officina. La passione con cui lui e i suoi colleghi costruivano quelle Ferrari era palpabile. Erano gli anni Settanta, io avevo circa 8 anni, e ancora ero ignaro del prestigio del marchio Ferrari. La consapevolezza è arrivata diversi anni dopo.

Che cosa ti ha fatto decidere di aprire il tuo laboratorio di restauro?
Egidio: La Ferrari decise di non fornire più all’interno della carrozzeria Scaglietti il servizio di Assistenza Clienti e nemmeno creare i prototipi, nonostante la richiesta continuasse ad esserci. La loro scelta fu di investire nella produzione di vetture nuove, e la prospettiva era nell’utilizzo di metodologie di lavoro sempre più automatizzate.
A quel punto persi la motivazione. La mia passione erano i restauri e scelsi di continuare a seguirla.

Ho inaugurato il mio laboratorio di restauro a Montale Rangone nel 1980. Sono andato avanti con discrezione. Furono le richieste dei Clienti a incoraggiarmi. Il lavoro c’era e le relazioni con i proprietari delle vetture erano la mia forza, una fonte di soddisfazione che mi faceva dimenticare la fatica, come accade ancora oggi.
Dal rispetto e dall’ammirazione reciproca sono nate anche delle belle amicizie.
Poi, una persona che è stata molto importante, direi determinante, è stata mia moglie che ho sposato nel 1965. Abbiamo lavorato insieme per anni, lei gestiva l’ufficio e io ero in officina. All’epoca mi supportava, oggi invece mi sopporta perché voglio lavorare sempre 10 ore al giorno!!

Qual è la “filosofia Brandoli” quando restaurate le auto?
Roberto: La tutela della storia di cui ogni automobile è portatrice e la valorizzazione della loro bellezza è la nostra missione. La responsabilità è alta. Molto spesso ci arrivano casi di Ferrari d’epoca con lamierati gravemente danneggiati, dove il metallo è stato mangiato dal tempo. Ricostruiamo le parti di carrozzeria, iniziando il processo da un foglio di lamiera. Da zero.
È un lavoro sapiente, occorre molta pazienza ed esperienza.
La nostra filosofia ci porta a salvare i pezzi che riteniamo secondo noi meritano di vivere ancora e, anzi, quando è possibile proponiamo al proprietario di conservare parti anche se non sono perfette.
La bellezza sta anche nell’imperfezione”.

Per te è importante insegnare alla nuova generazione come si lavorano le automobili?
Egidio: Per me insegnare ai giovani è fondamentale. La passione mi porta a trasmettere quello che io ho imparato. La complessità del mestiere di restauratore, che credo si possa riscontrare in molti mestieri dell’artigianato, è fare crescere le competenze che sono un mix tra il “saper fare” e le tecniche precise di battilastra, saldatura e trucchi del mestiere che si imparano col tempo.
Devi avere la visione di come è nata l’auto e come tale deve ritornare: se manca questa immaginazione, è difficile. Sono stato un maestro molto esigente, soprattutto con mio figlio. Forse severo. I ragazzi che hanno lavorato con me sono stati tanti.
Valuto la volontà di fare, la disponibilità ad ascoltare anche un vecchio maestro come me perché qualcosa da imparare lo abbiamo sempre tutti. È come lavorare in sala operatoria: occorre la stessa attenzione, pazienza, self control. Alcuni progetti speciali possono durare due o tre anni, con fasi che comprendono anche l’indagine storica, la raccolta di informazioni e, ancor più difficile, l’ascolto delle persone che possono conoscere delle particolarità su quell’automobile, la capacità di incrociare i dati per trovare la soluzione migliore.

Roberto, quando hai cominciato a lavorare insieme a tuo padre?
Roberto: Da bambino ero spesso in officina con mio padre per aiutarlo. Trovavo molto affascinanti le automobili da corsa. Poi nel 1981 ho terminato l’istituto tecnico Ferrari a Maranello, e ho iniziato subito a lavorare da lui.

Egidio, com’è lavorare con tuo figlio?
Egidio: Una soddisfazione immensa. Vedo l’avvenire della Brandoli. Poi nella realizzazione dei pezzi speciali per l’arredo ho notato delle capacità creative molto positive, e tanta volontà nel dare vita a qualche cosa di nuovo.

Come vedete il futuro della Brandoli?
Egidio: Da oltre 10 anni è Roberto a gestire l’azienda ed è concentrato nel renderla sempre più competitiva.
Ha preso decisioni importanti, come l’installazione di un magazzino verticale automatico per lo stoccaggio dei ricambi. Inizialmente pensavo non fosse necessario, ma quando l’ho visto in funzione dentro ai nostri capannoni devo dire che è uno strumento che aiuta a essere più preparati nei confronti delle richieste.
Il mercato si è aperto, e la comunicazione con i Clienti deve essere veloce e completa e non può prescindere al web. Adeguarsi a questi aspetti è fondamentale. Sicuramente la gestione dell’impresa in futuro sarà differente, ma credo che la professione di restauratore non sarà molto diversa da quella che è oggi: un concentrato di esperienza, sapienza, mani esperte.

Esiste un’auto di cui siete veramente orgogliosi e fieri di aver restaurato alla Brandoli?
Egidio: Ogni auto restaurata è un orgoglio, sangue del nostro sangue. Mi dispiace sempre vederle andare via. Mentre le facciamo sudiamo e fatichiamo, ma vederle finite… l’emozione è indescrivibile!!

Esiste un modello su cui non avete mai lavorato, ma che ameresti vedere in restauro nella vostra carrozzeria?
Egidio: Sì, la Ferrari 250 LM e anche la Ferrari 250 TR del 1957. Le ho viste riparare alla Carrozzeria Scaglietti nei primi anni in cui lavoravo là.

Roberto: Prediligo quelle da corsa. Ma in generale, a rendere entusiasmante un progetto è la fiducia e la soddisfazione del cliente: questo per noi fa davvero la differenza.

Senza pensare all’investimento, qual è l’auto dei vostri sogni?
Egidio: Anche in questo caso non ho dubbi: la Ferrari 365 GTB Daytona Spider.
Ho letto del recente ritrovamento in Giappone della Daytona 365 GTB/4 che abbiamo fatto in Scaglietti nel 1969. Sarebbe una grande soddisfazione per me poterla rimettere a nuovo.

Roberto: Ferrari Dino 206 SP

Cosa guidi nel fine settimana?
Roberto: Amo la mia Alfa GT Junior!

Fonte: www.classicdriver.com